
S’era alzata una brezza che macchiava di scarlatto la mia maschera e il braccio e il petto nudi. La gente urlava le consuete battute: — Vuoi tagliare i capelli di mia moglie (o di mio marito)? Mezza misura di salsicce quando avrai terminato. Posso avere il suo cappello?
Ridevo di tutti e fingevo di gettare loro la testa. All’improvviso qualcuno mi tirò per un piede. Era Eusebia, e prima ancora che profferisse una sola parola compresi che era spinta da quell’ossessione di parlare che avevo notato spesso nei clienti della nostra torre. I suoi occhi brillavano e il suo volto era contorto per attirare la mia attenzione; pareva nello stesso tempo più vecchia e più giovane di prima. Non riuscivo a capire che cosa stesse urlando, perciò mi chinai ad ascoltare.
— Innocente! Era innocente!
Non era il momento di spiegarle che non avevo giudicato io Morwenna, così mi limitai ad annuire.
— Mi aveva portato via… Stachys! Adesso è morta. Capisci? Era innocente, ma sono tanto felice!
Annuii una seconda volta e continuai il giro del palco, mostrando la testa.
— L’ho uccisa io! — gridò Eusebia. — Non tu!
— Se vuoi! — le risposi.
— Innocente! La conoscevo… era tanto prudente. Avrebbe tenuto un po’ di veleno per sé! Sarebbe morta prima che ci pensassi tu a ucciderla.
Hethor mi afferrò un braccio e mi additò: — Il mio padrone! Mio! Mio!
— Così è stato qualcun altro. O forse è stata veramente una malattia…
Io urlai: — Solo al Demiurgo spetta la giustizia! — La folla era ancora festante, nonostante si fosse un po’ calmata.
— Ma lei mi aveva rubato il mio Stachys e adesso è morta! — Eusebia gridò ancora più forte. — Stupendo! È morta! — Nascose la faccia nel mazzo di fiori, quasi che volesse riempirsi i polmoni del loro soffocante profumo. Lasciai ricadere la testa di Morwenna nel cesto e asciugai la lama sul pezzo di flanella porpora che Jonas mi porgeva. Quando volsi nuovamente lo sguardo verso Eusebia, era senza vita, stesa a terra al centro di un gruppo di curiosi.
