
Dopo aver terminato il giro, guardai l’alcalde e, lasciato passare il tempo necessario perché lui si domandasse il motivo del ritardo, mi fece cenno di proseguire.
— Finirà presto? — mormorò Morwenna.
— È quasi finito. — La feci sedere nuovamente sul ceppo e ripresi la spada. — Chiudi gli occhi. Cerca di ricordare che tutti quelli che sono vissuti sono morti, anche il Conciliatore, che risorgerà come il Nuovo Sole.
Lei abbassò le palpebre pallide dalle lunghe ciglia e non vide la spada alzata. Il lampo dell’acciaio fece ammutolire nuovamente la folla e una volta ottenuto il silenzio completo colpii le cosce di Morwenna con il piatto della lama; il rumore dei femori che si spezzavano riecheggiò nitido come il crak-crak dei pugni di un pugile vittorioso. Morwenna rimase per un istante seduta sul ceppo, svenuta, ma senza cadere. In quel frangente indietreggiai di un passo e le recisi il collo con il colpo orizzontale che è molto più difficile da eseguire di quello dall’alto in basso.
Per dire la verità, solo quando vidi il sangue sgorgare e udii il tonfo della testa che cadeva sulla piattaforma capii di esserci riuscito. Nonostante non me ne fossi reso conto, ero nervoso quanto l’alcalde.
Quello è il momento in cui, sempre secondo le antiche usanze, l’abituale dignità della corporazione si infrange. Volevo ridere e far capriole. L’alcalde mi scuoteva una spalla e farfugliava come avrei voluto fare io stesso; non capivo le sue parole… certo qualche sciocchezza. Sollevai la spada, presi la testa per i capelli, alzai anche quella e feci il giro del palco. Non uno solo, ma tre o quattro.
