
Sembrava piccola, ma era in realtà alta quasi quanto Larry, e lui sapeva, fin dall’infanzia che avevano passato insieme, che era resistente e flessibile come l’acciaioplastica. Aveva la faccia larga, con alti zigomi nordici e grandi occhi dallo sguardo sempre un po’ sorpreso. Occhi cangianti: ora azzurri, ora verdi, ora di colore completamente diverso. La pelle era chiara, spruzzata di lentiggini. Bella, bellissima.
Portava una gonna-pantalone e una camicetta, bianche, semplici. Come la maggior parte delle ragazze dell’astronave, anche Valery si cuciva i vestiti da sé.
— Ho saputo di tuo padre — bisbigliò.
E senza aspettare che lui dicesse qualcosa, entrò nella cabina. La porta si richiuse automaticamente alle sue spalle, e il locale ricadde nel buio. Nell’incerto barlume del disegno fluorescente, Larry allungò una mano verso l’interruttore.
— No — disse Valery. — Stiamo bene così. Non ci serve la luce.
— Val…
Gli era vicinissima, e lui sentiva il profumo intenso dei suoi capelli.
— Ho visto Dan. L’hanno portato in infermeria. Ha avuto un collasso nervoso.
— Lo so — disse Larry.
Voleva toccarla, abbracciarla, sprofondare nel suo calore. Ma non poteva.
— Su… siediti — le disse.
Valery andò alla sedia di plastica davanti allo scrittoio e vi si sedette ripiegando le gambe sotto di sé con naturale grazia felina. Larry la distingueva nel buio come un confuso luccicore bianco, simile a una pallida nebulosa contro le immensità dello spazio. Si sedette anche lui, sull’orlo della cuccetta.
— Vorrei trovare qualcosa da dirti — cominciò Valery. — Ma mi sembra tutto inadeguato.
Larry si accorse di stringere spasmodicamente il bordo della cuccetta con tutte e due le mani. — Ehm… come sta Dan?
— Dorme. Gli hanno dato dei sedativi. Lui… lui non è forte come te, Larry.
— Fa quello che può, come io faccio quello che posso — disse Larry. — Lui butta fuori quello che prova.
