
Tutto questo Larry l’aveva appreso dai nastri di storia, e gran parte con Dan, il suo migliore amico, quand’erano bambini e studiavano insieme. Le loro madri erano morte tutte e due di un’infezione virale che aveva fatto centinaia di vittime prima che i medici trovassero il modo d’arrestarla. E i loro padri li avevano affidati ancora neonati ad amici, e si erano sottoposti al sonno criogenico, per essere rianimati quando l’astronave fosse arrivata a destinazione.
Se ci fosse arrivata.
L’astronave era stata costruita da ingegneri della Terra, e quelli che ci vivevano, in viaggio verso le stelle, erano per la maggior parte scienziati con i loro figli. Doveva funzionare cinquant’anni e più, perché tutti potessero sopravvivere. I cinquant’anni erano quasi passati, e i grandi, complessi sistemi del gigantesco veicolo cominciavano a logorarsi. I giovani preparati a fare gli ingegneri e i tecnici possedevano tutte le nozioni contenute nei nastri. Ma erano in grado di far funzionare l’astronave per un tempo infinito?
Un mese prima era stato il generatore di potenza centrale a deteriorarsi, e avevano cominciato a razionare l’energia elettrica. La settimana prima si era guastata una pompa della sezione idroponica. Se non fossero riusciti a ripararla avrebbero perduto non solo un quarto della produzione alimentare, ma anche l’importantissima funzione di riciclo dell’ossigeno delle piante verdi coltivate nelle soluzioni acquose di sali nutritivi. E ora l’incendio, con i cinquanta morti.
Ce la farà almeno qualcuno?
Un bussare leggero alla porta, di unghie contro la plastica. Valery.
— Avanti — disse Larry alzandosi.
La porta si aprì e Valery s’inquadrò nel vano, illuminata dalla luce del corridoio.
