«Aspettate!» esclamò Wesel, imperiosa. «Voglio Trillo».

Lo indicò ai guerrieri scelti che sollevarono le lance — armi sottili e leggere, inadatte al combattimento corpo a corpo. Un barlume di speranza si riaccese nel petto degli ultimi difensori.

«Adesso!»

Trillo e le sue guardie si prepararono ad affrontare l’ultimo assalto. Ma questo non giunse mai. Invece, scagliate con mira infallibile, quelle lance sottili e affilate volarono a inchiodarli orribilmente contro le pareti grige e spugnose del Luogo-d’Incontro.

Risparmiato da quel massacro finale, Trillo si guardò intorno con occhi sgranati, resi folli dal terrore. Cominciò a urlare, poi si scagliò contro Wesel che rideva. Ma Wesel scivolò tra la gente accalcata del Nuovo Popolo e scomparve. Cieco ad ogni altra cosa, fuorché all’odiata figura. Trillo cercò d’inseguirla. E il Nuovo Popolo si affollò intorno a lui, legandogli le braccia e le gambe con robuste corde, strappandogli la lancia dal pugno prima che questa facesse in tempo a dare altro sangue.

Poi il prigioniero rivide colei che era stata la sua compagna.

Senza vergogna, Wesel stava accarezzando Shrick.

«Mio Glabro», gli disse ad alta voce, «un tempo ero accoppiata a costui. Tu avrai la sua pelliccia per coprire il tuo corpo liscio». E poi: «Grosse-Orecchie! Tu sai cosa devi fare!»

Sogghignando, Grosse-Orecchie raccolse la punta affilata d’una lancia, che si era staccata. Sogghignando, si mise al lavoro. Trillo cominciò a uggiolare, poi a urlare. Shrick si sentì un po’ male. «Fermo!» esclamò. «Non è morto. Devi prima…».

«Che importanza ha?» Gli occhi di Wesel erano avidi, e la sua piccola lingua uscì fuori a leccare le labbra sottili, piegate in un sorriso. Grosse-Orecchie aveva esitato un attimo ma poi, a un suo gesto imperioso, riprese il lavoro.

«Che importanza ha?» disse di nuovo Wesel.


Così come la tribù di Tekka, finì la tribù di Sterret, e una mano o giù di lì di comunità minori che erano in qualche modo vincolate a queste due.



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