
«In calle Bailén?» domandò Falcón: l'albergo a cinque stelle dove scendevano tutti i toreri, a soli cinquanta metri dalla sua… dalla casa del suo defunto padre, una coincidenza che, in realtà, non era una coincidenza.
«È stata inviata una vettura a prelevarla», rispose Calderón. «Vorrei completare il levantamiento del cadaver il più presto possibile e far trasportare il corpo all'Instituto Anatómico Forense prima di far salire qui la signora Jiménez.»
Falcón annuì e Calderón li lasciò al loro lavoro. I due della scientifica, Felipe, cinquantacinque anni circa, e Jorge, sulla trentina, entrarono mormorando buenos días. Falcón guardò sul pavimento la spina staccata del televisore e decise di non farne menzione. Fotografata la stanza, cominciarono a ricostruire la vicenda, mentre Jorge prendeva le impronte digitali di Jiménez e Felipe controllava il mobiletto a ruote e le due custodie vuote posate sul televisore. Si trovarono d'accordo su quale doveva essere stata la sua normale posizione e sul fatto che Jiménez abitualmente guardava la televisione da una poltrona di pelle, la cui base girevole aveva lasciato un segno circolare sul pavimento. L'assassino, dopo aver stordito Jiménez, aveva girato la poltrona di pelle sulla quale era seduta la vittima e aveva avvicinato una sedia, più adatta al suo scopo, sulla quale avrebbe potuto spostare il corpo con un solo movimento rotatorio, una sedia dallo schienale alto destinata ai visitatori. Aveva legato i polsi ai braccioli della sedia, sfilato i calzini di Jiménez per ficcarglieli in bocca e gli aveva immobilizzato le caviglie, facendo poi ruotare il sedile fino a raggiungere la posizione desiderata.
«Le scarpe sono qui sotto», annunciò Jorge, accennando al pavimento sotto la scrivania. «Un paio di mocassini rosso scuro con la frangia.»
Falcón indicò un punto particolarmente consumato del parquet davanti alla poltrona di pelle. «Gli piaceva levarsi le scarpe e sedere davanti alla TV, sfregando i piedi sul pavimento di legno.»
