
Ora di dormire? Il suo cervello distorse il concetto con la destrezza di un illusionista. Un colpo di tosse soffocato dai calzini ficcati nelle guance. Era la fine? Questo significava «prima di dormire»? Meglio, molto meglio la fine. Ora di andare a letto, un profondo, scuro, eterno letto.
«Ti chiedo di provarci… devi cercare di vedere. Ma prima devi guardare, non si può vedere se non si guarda», gli sussurrò all'orecchio la voce pacata. La spia rossa del videoregistratore in funzione baluginò nel buio. Lui scosse il capo, strizzò con forza le palpebre. La voce di James Cagney fu inghiottita da uno scroscio di risa, lo strillo acuto e irrefrenabile della risata di un bambino. Era una risata, vero? Il prigioniero girò la testa agitandosi come se in quel modo fosse in grado di annullare il suono, il rumore confuso che la sua mente rifiutava di identificare con l'agonia, un rantolo stridulo. E poi i singhiozzi, l'impotenza, l'orribile debolezza come quando cessa il solletico… o piuttosto la tortura? I singhiozzi. L'ansimare concitato. Il recupero dopo il dolore.
«Tu non stai guardando!» esclamò la voce, furiosa.
La sedia dondolò mentre lui cercava di gettarsi all'indietro, lontano da quel suono lacerante. Di nuovo le frasi scandite in spagnolo di James Cagney, poi il ronzio della cassetta, lo scatto alla fine del nastro.
«Ho provato», disse la voce, «ho avuto pazienza… comprensione.»
Comprensione? È avere comprensione questo? Legarmi i piedi e le mani alla sedia, ficcarmi in bocca i calzini fetidi, costringermi a guardare questo… il mio… questo…
Una pausa. Un'imprecazione borbottata dietro la sua nuca. I fazzoletti di carta strappati dalla scatola sulla scrivania, di nuovo l'odore nella stanza, il fetore che ricordava. La cosa scura che veniva verso di lui, questa volta non versata su uno straccio, ma sulla carta. L'odore e tutto ciò che questo significava. Il buio. L'adorabile buio. Datemelo, lo voglio.
