
Scosse il capo, Falcón, non abituato a permettere che idee così bizzarre interferissero con la freddezza richiesta in un'indagine. Si spostò di nuovo per affrontare la faccia grondante sangue, non del tutto visibile da quella prospettiva, perché il mobiletto del televisore era a contatto con le ginocchia della vittima. A quel punto Javier Falcón dovette affrontare il primo cedimento fisico. Non gli si piegavano le ginocchia: nessun ordine neurologico riusciva a superare il panico che gli montava nel petto e nello stomaco. Fece ciò che gli aveva suggerito il Juez de Guardia e guardó fuori dalla finestra. Notò lo splendore della mattina di aprile, ricordò l'irrequietezza provata mentre si vestiva nella semioscurità delle persiane chiuse, lo strascico del disagio lasciato da un inverno lungo e solitario, con troppa pioggia. Tanta che perfino lui si era accorto che i giardini della città erano diventati lussureggianti e fitti come una foresta, con un rigoglio da esposizione botanica. Rivolse gli occhi sull'area della Feria che, di lì a due settimane, sarebbe stata trasformata in una Siviglia accampata, gremita di casetas, di padiglioni, per i sette giorni dedicati a mangiare, bere e ballare la sevillana fino all'alba. Trasse un profondo respiro e si chinò per fissare Raúl Jiménez in faccia.
L'effetto terribile era prodotto dai globi oculari che sporgevano dalla testa come se l'uomo soffrisse di problemi alla tiroide. Falcón si girò ancora una volta verso le foto: in nessuna di esse Jiménez aveva quegli occhi sporgenti da insetto. La causa era… Sentì come una scossa percorrergli i nervi. La palla degli occhi scoperta, il sangue colato sulla faccia, coagulato sulla mandibola… E quelle? Che cos'erano quelle cose leggere sullo sparato della camicia? Petali. Quattro petali. Carnosi, però, esotici come orchidee, con quei sottili filamenti, proprio come pigliamosche. Dei petali… lì?
