Il sudore intanto non si era arrestato, anzi, stava comparendo altrove. Sul labbro superiore, sulle reni, gli scendeva dalle ascelle alla vita. Falcón sapeva ciò che stava facendo: stava fingendo, voleva convincersi che nella stanza facesse caldo, che il caffè appena preso… Non aveva preso nessun caffè.

La faccia.

Per un cadavere quella era una faccia viva. Come i santi di El Greco, con gli occhi che non ti lasciavano mai.

Lo stavano seguendo anche quelli?

Falcón si spostò di lato. Sì. Passò dall'altra parte. Assurdo. Uno scherzo della mente. Si riprese, strinse il pugno fasciato dal guanto di lattice.

Falcón scavalcò il cavo teso tra la parete e il televisore e passò dietro la sedia del morto. Diresse lo sguardo al soffitto, poi tornò a fissarlo sui capelli lanosi di Raúl Jiménez. La nuca era una matassa aggrovigliata nera e rossa, là dove aveva sbattuto ripetutamente contro lo stemma in rilievo sullo schienale. La testa era immobilizzata con un cavo elettrico che inizialmente doveva essere stato serrato con forza, ma che Jiménez, dibattendosi, aveva allentato. Il cavo era penetrato profondamente nella carne sotto le narici e aveva addirittura tagliato la cartilagine del setto, raggiungendo la parte ossea: il naso staccato pendeva sulla faccia. Il filo elettrico aveva lacerato anche la carne sugli zigomi, perché l'uomo doveva aver agitato selvaggiamente la testa.

Falcón distolse lo sguardo da quel profilo ma si ritrovò di fronte il riflesso dell'intero volto nello schermo spento. Sbatté le palpebre con l'impellente desiderio di chiudere quegli occhi, penetranti perfino nell'immagine sul televisore. Lo stomaco gli si rivoltò al pensiero delle visioni d'orrore che avevano costretto quell'uomo a fare a se stesso ciò che aveva fatto: erano forse ancora là, incise a fuoco nella retina o ancora più profondamente nel cervello come in un computer?



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