Mentre 53.999 tifosi urlanti balzavano in piedi — migliorando ancora le sue possibilità di tiro — e mentre la palla finiva al quarterback, che la tratteneva per il tackle difensivo con ogni probabilità di segnare, Bill Sterog aprì il fuoco contro le schiene dei tifosi schierati sotto di lui. Prima che la folla potesse bloccarlo, aveva ucciso quarantaquattro persone.

Quando la prima Spedizione alla galassia ellittica dello Scultore scese sul secondo pianeta di una stella di quarta grandezza che la Spedizione aveva chiamato Flammarion Theta, trovò una statua alta undici metri di una sostanza biancazzurra sconosciuta — non esattamente pietra, più simile a metallo — in forma d’uomo. La figura era scalza, drappeggiata in un indumento che somigliava vagamente a una toga, aveva la testa racchiusa in una calotta aderente, e teneva nella mano sinistra uno strano oggetto, un anello con una sfera, di una sostanza ancora diversa. Il volto della statua aveva un’espressione curiosamente beata. Aveva zigomi alti: occhi profondamente incassati; bocca minuscola, quasi aliena; e naso ampio, con le narici larghe. La statua torreggiava enorme tra le strutture crivellate e curvilinee ideate da un architetto dimenticato. I membri della spedizione fecero commenti sull’espressione che ognuno di loro aveva notato sul volto della statua. Nessuno di costoro, ritti sotto una splendida luna bronzea che spartiva il cielo serotino con un sole calante dal colore molto dissimile da quello che brillava fioco su una Terra incredìbilmente lontana nel tempo e nello spazio, aveva mai sentito parlare di William Sterog. E nessuno di loro poté dire che l’espressione della statua gigantesca era la stessa di Bill Sterog, quando disse al giudice che stava per condannarlo a morire nella camera a gas: — Io amo tutti al mondo. È vero. Così mi aiuti Dio, vi amo, vi amo tutti. — Urlava.



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