Meina Gladstone era alta e magra, e aveva un profilo più aquilino di Lincoln, col naso a becco, zigomi in rilievo, bocca ampia ed espressiva, labbra sottili, capelli grigi raccolti in un'onda a taglio irregolare che sembravano davvero piume. Ma, per me, il tratto più memorabile di Meina Gladstone era un altro: gli occhi, grandi, castani, infinitamente tristi.

Non eravamo soli. Ero stato accompagnato in una stanza lunga, illuminata da una luce soffusa, tappezzata di scaffalature di legno che contenevano centinaia di libri stampati. Un'ampia cornice olografica simulava una finestra e mostrava una vista dei giardini. La riunione in corso stava per concludersi: della decina fra uomini e donne, alcuni erano già in piedi, altri ancora seduti in semicerchio attorno alla scrivania di Gladstone. Il PFE incrociò le braccia e si appoggiò con naturalezza alla scrivania. Alzò lo sguardo, mentre entravo.

— Signor Severn?

— Sì.

— Grazie per essere venuto. — Riconobbi subito la voce, udita in centinaia di dibattiti nell'ambito della Totalità: timbro rauco per gli anni, ma tono morbido come un liquore costoso. La cadenza era famosa: un misto di sintassi precisa e di ritmo quasi dimenticato dell'inglese pre-Egira, che ormai si trovava solo nelle regioni del delta del suo mondo d'origine, Patawpha. — Signore e signori, permettetemi di presentarvi il signor Joseph Severn — disse Gladstone.

Diversi mi rivolsero un cenno di saluto, ma era chiaro che non capivano il motivo della mia presenza. Gladstone non proseguì nelle presentazioni, allora mi collegai brevemente alla sfera dati per identificare i presenti: tre membri del gabinetto, incluso il Ministro della Difesa, due capi di stato maggiore della FORCE, due aiutanti di Gladstone, quattro senatori fra cui l'influente Kolchev, e una proiezione del consulente del TecnoNucleo noto come Albedo.



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