
Una donna seduta accanto a me mi lanciò un'occhiata e sorrise. — Sono sicura che ci siamo già incontrati.
Ricambiai il sorriso, certo del contrario. La donna era molto attraente, forse vicina ai sessanta standard, il doppio dei miei anni, ma sembrava più giovane dei miei ventisei, grazie al denaro e a Poulsen. La pelle era talmente chiara da sembrare quasi trasparente. I capelli erano acconciati in una treccia rialzata. I seni, rivelati più che nascosti dall'abito lungo di velocrespo, erano perfetti. Gli occhi, crudeli.
— Forse — risposi. — Ma non mi sembra probabile. Mi chiamo Joseph Severn.
— Certo — disse lei. — Un pittore!
Non ero un pittore. Ero… fui… un poeta. Ma l'identità Severn, che avevo assunto a partire dalla morte e dalla nascita della mia persona reale un anno prima, mi proclamava pittore: era scritto nel mio file della Totalità.
— L'ho ricordato — rise la signora. Mentiva. Si era servita del costoso innesto comlog per accedere alla sfera dati.
Non avevo bisogno di accedere… parola goffa e ridondante che disprezzavo nonostante la sua antichità. Mentalmente chiusi gli occhi e fui nella sfera dati, scivolai al di là delle barriere superficiali della Totalità, sotto le onde dei dati di superficie, e seguii il lucente cavo del cordone ombelicale d'accesso, fino alle buie profondità del flusso di dati "riservati".
— Sono Diana Philomel — disse lei. — Mio marito è amministratore zonale trasporti per Sol Draconis Septem.
Accettai la mano che mi porgeva. La donna non aveva accennato al fatto che il marito era stato capo agente provocatore per il sindacato dei grattamuffa di Porta del Paradiso, prima che raccomandazioni
