Io sono Eriston, tuo padre designato. E questa è Etania, tua madre». Le parole non avevano significato niente in quel momento, ma il suo cervello le aveva registrate con precisione assoluta. E ricordava il modo in cui aveva contemplato le proprie membra. Era cresciuto di qualche centimetro, da allora, ma per il resto non era cambiato quasi per nulla. Era venuto al mondo già adulto, come aspetto, e sarebbe rimasto quasi immutato fino al momento di tornare al nulla, tra un migliaio d’anni.

Prima di questo ricordo c’era il vuoto. Un giorno, forse, questo vuoto si sarebbe riempito, ma era un pensiero troppo remoto per incidere sulle sue emozioni.

Riportò ancora una volta la mente al mistero della sua nascita.

Non pareva affatto strano ad Alvin d’essere stato creato, in un unico istante di tempo, dalle forze e dalle potenze che materializzavano tutti gli oggetti della vita quotidiana. Il mistero non era quello. L’enigma che lui non era mai stato in grado di risolvere e che nessuno avrebbe mai potuto spiegargli era costituito dalla sua unicità.

Unico.Spesso, ascoltando gli altri senza che se ne accorgessero, si era sentito definire con quell’aggettivo, che gli era suonato leggermente di malaugurio, come se quell’unicità rappresentasse una minaccia per sé e per tutti.

I genitori, il tutore, tutti gli amici avevano cercato di proteggerlo da quella verità, quasi volessero preservare l’innocenza della sua lunga infanzia. Quella finzione stava per cessare: tra pochi giorni sarebbe stato un cittadino di Diaspar, e nessuno avrebbe potuto nascondergli ciò che lui desiderava conoscere.

Perché, per esempio, non riusciva a immedesimarsi nelle saghe? Tra le migliaia di forme di ricreazione che la città offriva, le saghe erano la più popolare.



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