
Nessuno avrebbe potuto vivere tutte le saghe che erano state concepite e registrate dal giorno in cui avevano fondato la città. Vi si trovavano tutte le emozioni, e vi giocavano tutte le sfumature. Alcune, le più popolari tra i giovanissimi, erano semplici drammi di avventura e scoperta. Altre erano di pura esplorazione degli stati psicologici. Altre ancora erano esercizi di logica o di matematica che potevano offrire grande soddisfazione alle menti più sofisticate.
Ma, per quanto le saghe sembrassero soddisfare i suoi compagni, lasciavano in Alvin un senso di insoddisfazione. Nonostante il loro colore, le avventure emozionanti, la varietà di soggetti e di ambienti, mancavano di qualcosa.
Le saghe, concluse Alvin, non approdavano a niente. Erano tracciate su schemi troppo esili. Non c’erano le ampie distese, gli sterminati paesaggi di cui la sua anima aveva bisogno. Soprattutto, non vi si coglieva nemmeno un barlume di quell’immensità che gli antichi uomini avevano esplorato, il vuoto luminoso tra le stelle e i pianeti. Gli artisti che avevano creato le saghe dovevano aver sofferto della stessa fobia che attanagliava tutti i cittadini di Diaspar.
