
Finalmente, la luce del sole ed il canto degli uccelli mi svegliarono del tutto. Dall’altra parte del fuoco ormai spento, il soldato si agitò e, mi parve, mormorò qualcosa. Mi alzai a sedere: l’uomo aveva gettato la coperta da un lato e giaceva con il volto girato verso il sole. Era una faccia pallida, con guance incavate, ombre scure sotto gli occhi e pieghe profonde che scendevano lungo la bocca, ma era la faccia di un vivo: gli occhi erano chiusi, ed il respiro scaturiva dalle narici.
Per un momento, ebbi la tentazione di fuggire, mentre il soldato dormiva. Avevo ancora il falcione… feci per rimetterlo a posto ma poi decisi di tenerlo per timore che il soldato se ne servisse per attaccarmi. Il coltello sporgeva ancora dal tronco, e mi fece pensare alla lama ricurva di Agia conficcata nell’imposta di Casdoe. Lo riposi nel fodero alla cintura dell’uomo, soprattutto perché mi vergognavo di pensare che io, armato di spada, potessi aver paura di un uomo munito solo di un coltello.
Le palpebre si agitarono, ed io indietreggiai, rammentando la volta in cui Dorcas si era spaventata, trovandomi chino su di lei al suo risveglio. Per non apparire una figura cupa, gettai indietro il mantello, mostrando le braccia ed il petto nudo, ora abbronzati dal sole di tanti giorni. Potevo sentire il ritmo del respiro, e, quando esso passò dal sonno alla veglia, mi parve un passaggio altrettanto miracoloso quanto quello dalla morte alla vita.
Gli occhi vacui come quelli di un bambino, il soldato si levò a sedere e si guardò intorno. Le sue labbra si mossero ma ne scaturirono solo suoni privi di senso. Gli parlai, tentando di rendere amichevole la mia voce: egli ascoltò, ma non parve comprendere, ed io rammentai quanto fosse rimasto intontito l’ulano che avevo fatto rivivere sulla strada della Casa Assoluta.
