
(Anche per me, questo è un tempo dorato. Credo di aver custodito con amore il ricordo del rozzo e geniale ragazzo che mi portava in cella libri e boccioli, soprattutto perché sapevo che sarebbe stato il mio ultimo amore prima che il destino si abbattesse su di me, destino che non si era compiuto, come avevo appreso in quella prigione, nel momento in cui il tendaggio mi era stato gettato addosso per soffocare il mio grido, e neppure al mio arrivo nella Vecchia Cittadella di Nessus, neppure quando la porta della cella si era richiusa fragorosamente alle mie spalle, e neanche ancora quando, bagnata in una luce quale non splende mai su Urth, avevo sentito il mio corpo ribellarsi contro di me… bensì in quell’istante in cui mi ero passata sul collo la lama fredda e pietosamente tagliente dell’unto coltello da cucina che egli mi aveva portato. Forse noi giungiamo tutte ad un simile momento, ed è la volontà del Catanya che ciascuna si condanni per quello che ha fatto. Eppure, possiamo davvero essere tanto odiate? Non quando posso ancora rammentare i suoi baci, dati non per respirare il profumo della mia pelle, come lo erano stati quelli di Aphrodisius o di quel giovane, il nipote del chiliarca dei Compagni… ma come se egli fosse realmente affamato della mia carne. Forse che qualcosa ci stava osservando? Adesso egli ha mangiato parte di me. Ridestata dal ricordo, sollevo la mano e passo le dita fra i suoi capelli.)
Dormii fino a tardi, avvolto nel mio mantello. Esiste una forma di compensazione concessa dalla natura a coloro che vengono sottoposti a dure traversie, e cioè il fatto che disagi minori, per i quali persone che hanno fino ad allora vissuto comodamente, si lamenterebbero, appaiono invece confortevoli. Parecchie volte prima di alzarmi, mi destai a mezzo e mi congratulai con me stesso al pensiero di come quella notte fosse trascorsa tranquilla, in confronto a quelle passate sulle montagne.
