Quel pomeriggio Evalyth era entrata fischiettando nel laboratorio biologico. All’esterno i raggi del sole colpivano con violenza il suolo polveroso, illuminando di una luce color ottone le baracche prefabbricate raggruppate attorno alla nave con la quale erano giunti dall’orbita della Nuova Aurora, e riscaldavano le apparecchiature e le gravitoslitte, che servivano a trasportare gli uomini nell’unica regione abitabile di quel pianeta: la grande isola.

Al di là della staccionata, oltre le cime frondose degli alberi e delle costruzioni in argilla, un fitto brusio e un calpestio di piedi, uniti all’odore amarognolo di un fuoco di legna presente nell’aria, rivelavano la presenza di una cittadina di parecchie migliaia di abitanti che si estendeva fino al lago Zelo.


Più di metà dell’abitazione dei Sairn era occupata dal laboratorio biologico. In quel periodo, in cui un numero molto limitato di culture cercava disperatamente la civiltà, i Pianeti Alleati inviavano le proprie astronavi fra i resti dell’impero, e i comfort erano assai esigui.

A Evalyth però era sufficiente l’idea che quella fosse la casa sua e di Donli, tanto più che alle ristrettezze era già abituata. Quello che l’aveva maggiormente colpita nel marito, il giorno che lo aveva conosciuto su Kraken, era stato proprio lo spirito con il quale lui, pur provenendo da Atheia, si era adattato al tenore di vita di quel mondo tanto cupo e severo, tanto più che si diceva che Atheia fosse riuscita a mantenere le comodità conquistate nel momento di maggior splendore della Vecchia Terra.

Lì la gravità era di 0,77 standard, almeno due terzi inferiore a quella della sua terra d’origine e consentiva a Evalyth di scivolare con agilità fra tutte quelle apparecchiature e campioni.



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