In quel mondo un uomo che non poteva più mantenere la famiglia con la caccia ma solo con la pesca e le trappole diventava ancora più misero degli altri. Chissà che felicità aveva provato quando quegli stranieri erano atterrati vicino al suo villaggio e lo avevano rifornito di ogni tipo di merce per convincerlo a fare loro da guida per una o due settimane. Evalyth, grazie al trasmettitore del marito, aveva visto l’interno della capanna di paglia di Moru… scarse, povere suppellettili, la moglie distrutta dalle fatiche, i figli sopravvissuti che a soli sette o otto anni, dodici-tredici anni standard, parevano già dei nani rattrappiti.


Rogar aveva asserito — o almeno si era capito così, dal momento che non si conosceva ancora perfettamente la lingua di Lokon — che le popolazioni dei pianori avrebbero potuto essere più ricche se fossero state meno aggressive e se avessero smesso di farsi continuamente guerra tra loro. Ma a Evalyth non sembrava che costituissero poi un gran pericolo.

Moru indossava soltanto un perizoma, una corda avvolta intorno al corpo per le trappole, un coltello di ossidiana e una bisaccia di tessuto ingrassato così da contenere dei liquidi. I suoi compagni che andavano a caccia e, combattendo in battaglia, potevano impadronirsi di una parte del bottino, vivevano evidentemente meglio di lui, ma non ne differivano molto per quanto riguardava l’aspetto. Non avendo ulteriore spazio a disposizione, quella gente era endogamica per necessità.

Moru si inginocchiò dividendo in due un cespuglio con le mani.

— Ecco — disse rialzandosi.

Evalyth immaginava perfettamente quale ansia dominasse Donli in quel momento, tuttavia lo vide girarsi e sorridere al trasmettitore dicendo in atheiano: — Immagino che tu mi stia guardando, amore, e mi piacerebbe molto renderti partecipe di questa scoperta. Credo si tratti di un nido di uccello.



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