La foresta circondava un sentiero aperto dalle bestie selvatiche: si distinguevano i colori del fogliame, l’oscurità dei rami e dei tronchi, delle ombre e talvolta si udivano richiami invisibili. A Evalyth pareva addirittura di avvertire il caldo umido e soffocante dell’aria e di sentire odori pungenti e ben poco piacevoli.

Quella terra, che non aveva altro nome all’infuori di Mondo, dal momento che gli uomini che l’abitavano non sapevano più cosa fossero le stelle, non era risultata assolutamente adatta alla colonizzazione. Gli stessi animali che l’abitavano si erano dimostrati spesso velenosi e comunque mai sufficienti dal punto di vista nutrizionale, così che gli umani riuscivano a sopravvivere solo grazie all’aiuto delle specie che si erano portati con sé.

Sicuramente i primi colonizzatori avevano cercato di migliorare le condizioni di vita, ma in seguito si era verificata una catastrofe: era stato scoperto che l’unica città presente su quella terra era stata abbattuta dai missili, insieme alla maggior parte della popolazione. In tal modo erano venute a mancare le risorse per procedere alla ricostruzione; a dire il vero era già un miracolo che una parte della popolazione fosse sopravvissuta.

— Eccoci arrivati, uomo venuto dalle nuvole.

Le immagini si riassestarono in un completo silenzio che si stendeva dalle baracche alla foresta.

— Non riesco a distinguere niente — commentò Donli.

— Vieni con me che te lo faccio vedere.

Donli ripose il trasmettitore nell’incavo di una pianta, e quello, così messo, inquadrò i due che procedevano in mezzo a un prato. Accanto all’esploratore, Moru pareva un bambino. Gli arrivava solo alla spalla. In realtà era già vecchio, con il corpo seminudo ricoperto da cicatrici e zoppicante dal piede destro a causa di qualche remota ferita, e il volto rugoso avvolto dalla massa nera dei capelli e della barba.



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