
L’oceano lambiva l’orlo rosso del sole; la temperatura era scesa di parecchio. Gabby si alzò e si ripulì il fondo dei calzoni, parlando della cena a base di selvaggina che avrebbe mangiato quella sera. Ci alzammo tutti.
«Questa volta lo facciamo sul serio» disse Steve, con intenzione. «E perdio, non vedo l’ora.»
Nel risalire il promontorio, mi staccai dagli altri e seguii il bordo della scogliera. Sull’ampia spiaggia le pozze d’acqua lasciate dalla marea mandavano riflessi d’argento venato di rosso, modellini dello smisurato oceano che rifluiva più lontano. Dall’altra parte c’era la valle, la nostra valle, chiusa contro il mare dalle montagne. Gli alberi della foresta che copriva i monti scuotevano i rami nel vento di mare del tramonto; il sole sprofondava e conferiva al verde delle foglie di tarda primavera la sfumatura giallorosa del polline. Per chilometri, su e giù lungo la curva della costa, la foresta si agitava; abeti bianchi, pini, abeti rossi, sembravano la chioma di una creatura viva. E il vento agitava anche i miei capelli. Non si vedeva segno d’uomo, nei pendii intersecati di forre (anche se l’uomo c’era): solo alberi, alti e bassi, sequoie e pini di Torrey ed eucalipti, una cascata di montagne verde scuro nel mare; e mentre percorrevo l’orlo della scogliera color ambra, ero felice. Non avevo il minimo sospetto che, con i miei amici, avrei dato inizio a un’estate che ci avrebbe… cambiati. Mentre scrivo il resoconto di quei mesi, nel cuore dell’inverno più rigido che abbia mai visto, ho il vantaggio del senno di poi e capisco che la spedizione alla ricerca d’argento fu l’inizio di tutto… non tanto a causa di quel che accadde, sia chiaro, ma a causa di quel che non accadde; a causa dei modi in cui fummo ingannati. A causa di quel che risvegliò in noi il gusto dell’avventura. Avevo fame, capite: non solo di cibo (questa era una costante), ma di una vita che fosse qualcosa di più che pescare, strappare erbacce e controllare trappole. E Steve era anche più affamato di me.
