
U-uuu, u-uuu. Il richiamo di Steve mi svegliò di soprassalto: per un attimo mi ero assopito. Quel segnale era una buona imitazione del verso dei grossi gufi di canyon, anche se i gufi si udivano sì e no una volta all’anno e quindi, a mio parere, era sciocco usare proprio quel verso come segnale segreto. Comunque, era preferibile al colpo di tosse del leopardo, prima idea di Steve: almeno non rischiavamo che ci sparassero.
Scivolai fuori e mi affrettai a raggiungere l’eucalipto. Steve aveva in spalla i due badili di Del; quest’ultimo e Gabby erano fermi dietro di lui.
«Dobbiamo andare a prendere Mando» dichiarai.
Del e Gabby si scambiarono un’occhiata. «Mando Costa?» disse Steve.
Lo fissai. «Sarà lì ad aspettarci.» Mando e io eravamo più giovani degli altri, io di un anno, Mando di tre. Spesso mi sentivo obbligato a prenderne le difese.
«La casa di Mando è sulla strada, comunque» disse Steve agli altri. Seguimmo il sentiero del fiume fino al ponte, lo attraversammo e ci avviammo per il sentiero della montagna che portava dai Costa.
La bizzarra casa di Doc Costa, fatta con vecchi bidoni di petrolio, sembrava un piccolo castello nero uscito dalle pagine dei libri di Tom: tozza come un rospo e più scura, nella nebbia, di ogni altro oggetto naturale. Nicolin emise il verso; Mando uscì subito e si avvicinò in fretta.
«Sempre decisi a farlo stanotte?» chiese, con un’occhiata alla nebbia.
«Certo» risposi in fretta, prima che gli altri approfittassero della sua esitazione per lasciarlo a casa. «Hai la lanterna?»
«L’ho dimenticata.» Mando tornò in casa a prenderla. Tutti insieme scendemmo alla vecchia autostrada e la imboccammo, diretti a nord.
