Il latrato di un coyote squarciò il silenzio. Ci fermammo di colpo. Era un coyote vero o uno sciacallo? Ma non ci furono altri rumori. Riprendemmo il cammino, più nervosi che mai. La strada faceva goffi tornanti all’estremità della valle; superati questi, ci ritrovammo sul pianoro tagliato dal canyon, un tempo la parte alta di San Clemente. Lassù c’erano delle case, di quelle grandi, disposte in fila lungo la via come pesci a seccare: si sarebbe detto che una volta la gente fosse tanto numerosa da non consentire a ogni famiglia un orto decente. Le case erano per la maggior parte sventrate e invase dalle erbacce; alcune, crollate del tutto, erano semplici pavimenti da cui sporgevano tubature, come braccia da una fossa. In quella zona erano vissuti gli sciacalli, e avevano consumato una casa dopo l’altra per ricavarne legna da ardere, passando a quella successiva quando il loro covo era esaurito: una pratica di cui avevo sentito parlare, ma di cui non avevo mai visto di persona i risultati, la distruzione e lo spreco.

Steve si fermò a un incrocio trasformato in fossa per i falò.

«Certo che le strade le progettavano bene» osservò Del.

«Da questa parte» disse Steve.

Lo seguimmo verso nord, lungo una via parallela all’oceano e al bordo del pianoro. Sotto di noi, la nebbia era simile a un secondo oceano che ci ricacciava sulla spiaggia, per così dire, e di tanto in tanto ci lambiva con le sue onde. La fila di case terminò e iniziò una staccionata, con ringhiere di ferro che collegavano pilastri di pietra. Al di là, il pianoro ondulato era cosparso di pietre squadrate sporgenti dall’erba: il cimitero. Ci fermammo a guardare. Nella nebbia era impossibile scorgere dove terminasse; sembrava un cimitero grandissimo. Finalmente scavalcammo una breccia nella staccionata e avanzammo nell’erba folta, fra cespugli e lapidi.



8 из 413