— I miei incubi non superano quelli delle persone normali, credo — stava dicendo Orr, a capo chino e fissandosi le mani. — Niente di speciale. Solo che… ho paura di fare dei sogni.

— Di fare dei brutti sogni.

— Brutti o belli non conta: tutti.

— Capisco. E ha un’idea di come sia nata la sua paura? O di ciò che lei teme, lei vorrebbe evitare?

Poiché Orr non rispondeva subito, ma continuava a fissarsi le mani (mani corte e rosate, posate con eccessiva immobilità sulle ginocchia), Haber lo aiutò con la minima delle spintarelle: — È l’irrazionalità, il disordine, forse l’immoralità del sogno… è qualcosa di questo genere a turbarla?

— Be’, in un certo senso, sì. Ma per un motivo molto particolare. Vede, io… ecco…

Ecco la croce, la barriera, pensò Haber, che al pari del paziente fissava quelle mani irrigidite. Il tapinello. Bagna il letto, e conseguente complesso di colpa. Enuresi infantile, madre autoritaria…

— Ecco, so già che non mi crederà…

Il tapino era più grave di quanto non apparisse.

— Signor Orr, chi si occupa professionalmente di sogni, siano essi associati al sonno o nello stato di veglia, non si cura di credere e non credere. Si tratta di due categorie mentali di cui mi servo ben poco. Non sono pertinenti al nostro problema. Perciò trascuri pure questo aspetto, e continui, la prego. Mi interessa. — Che questa frase suonasse un po’ troppo paternalistica? Gettò uno sguardo a Orr per sincerarsi che non avesse malinteso le sue parole, e così incontrò per un istante i suoi occhi. Occhi bellissimi, straordinari, pensò, e la parola lo sorprese, perché anche «bellezza» era una categoria mentale di cui si serviva ben poco. L’iride era tra l’azzurro e il grigio, chiarissima, quasi trasparente. Per un istante Haber dimenticò se stesso e fissò quegli occhi chiari e fuggitivi; ma soltanto per un istante, cosicché la stranezza di quell’esperienza si registrò molto superficialmente sulla sua psiche cosciente.



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