
— Bene — riprese Orr, parlando in tono più deciso, — ho fatto dei sogni che… che hanno avuto un effetto sul… mondo esterno al sogno. Sulla realtà.
— Tutti ne facciamo, signor Orr.
Orr lo fissò a bocca aperta. Il perfetto esempio della rettitudine.
— I sogni che facciamo nello stadio che precede di poco il risveglio esercitano sul livello affettivo generale della psiche un effetto suscettibile delle più…
Ma l’esempio di rettitudine lo interruppe. — No, non intendo riferirmi a questo. — E, balbettando leggermente: — Voglio dire che ho sognato una cosa, e che poi è diventata vera.
— Non provo difficoltà a crederle, signor Orr. E lo dico seriamente. È soltanto dalla nascita del pensiero scientifico in poi, che la gente ha cominciato a dubitare di affermazioni come questa, o a rifiutarle. I sogni profetici…
— Non si tratta di sogni profetici. Io non riesco a prevedere nulla. Io, semplicemente, cambio le cose. — Aveva serrato strettamente i pugni. Niente di strano che i sapientoni della Clinica Universitaria gli avessero mandato questo tizio. A Haber mandavano sempre gli ossi duri.
— E potrebbe darmene un esempio? Tanto per dire: ricorda la prima volta che ha fatto uno di questi sogni? Quanti anni aveva?
Il paziente esitò a lungo, e infine disse: — Sedici anni, se ben ricordo. — Si comportava ancora docilmente; mostrava una notevole paura per l’argomento, ma non esibiva difese o ostilità verso Haber. — Non ne sono certo.
— Allora mi parli della prima volta di cui è certo.
— Avevo diciassette anni. Abitavo ancora con i miei, e in casa c’era anche una mia zia materna. Era in attesa di divorzio e non lavorava; campava col Sussidio Base. Una specie di seccatrice. Avevamo un normale appartamento di tre stanze, e lei era sempre tra i piedi.
