
— E non c’era nulla che lo indicasse, che lo potesse dimostrare?
— No. Nulla. Lei non era mai stata con noi. Nessuno ricordava la sua presenza, salvo me. E io mi sbagliavo. Ecco tutto.
Haber accennò gravemente di sì, e si carezzò la barba. Quello che all’inizio era apparso un semplice caso di assuefazione ai farmaci, ora si rivelava per una grave aberrazione; ma egli non si era mai visto presentare in modo così diretto un sistema illusorio di realtà. Forse Orr poteva essere uno schizofrenico intelligente che gli passava una storia bell’e fatta, cercando di ingannarlo con l’inventiva e la disonestà tipica dei temperamenti schizoidi; ma d’altro canto il giovanotto non mostrava la caratteristica arroganza interiore di questi malati mentali: un’arroganza alla quale Haber era estremamente sensibile.
— Perché dice che sua madre non si è accorta che la realtà era cambiata dalla sera prima?
— Be’, lei non l’aveva sognata. Voglio dire che il sogno cambiò davvero la realtà. Costruì una realtà diversa, retrodatata, di cui mia madre aveva sempre fatto parte. E lei, dato che vi era dentro, non aveva ricordi di altre realtà. Io ne avevo, invece, e le ricordavo entrambe, perché io… ero lì al momento del cambio. È l’unico modo in cui posso spiegarmelo, anche se so che è privo di senso. Ma una spiegazione devo pur darmela, oppure rassegnarmi alla conclusione di essere pazzo.
