La porta si chiuse. Il letto sobbalzò quando Mannie si accomodò dove prima sedeva il medico. C’era un debole odore dolciastro, come di erba tagliata di fresco. Dall’oscurità dei suoi occhi chiusi, mentre la stanza si avvolgeva nella nebbia, udì la voce di Mannie in lontananza: — Non è magnifico essere vivi?

CAPITOLO SECONDO

La porta di Dio è la non-esistenza.

Chuang Tse: XXIII

Dall’ufficio del dottor William Haber non si godeva la vista del Monte Hood. Era un appartamento interno, al 63° piano della East Tower Willamette, e da esso non si godeva nessuna vista. Ma su una di quelle pareti prive di finestre c’era un’enorme riproduzione fotografica del Monte Hood, ed era questo il panorama osservato dal dottor Haber mentre parlava al citofono con la segretaria.

— Chi è, Penny, questo Orr che sta venendo? E l’isterico con sintomi di lebbra?

La segretaria distava da lui meno di un metro in linea d’aria, si trovava nella stanza accanto; ma un citofono sulla scrivania, come un diploma di laurea sulla parete, ispira fiducia nel paziente (e nel medico). E sarebbe disdicevole per uno psichiatra andare ad aprire la porta di persona e gridare: «Avanti il prossimo!»

— No, dottore, quello è il signor Greene, domattina alle dieci. Orr è il paziente inviato dal dottor Walters della Clinica Universitaria, il caso per la Terapia Volontaria.

— Abuso di farmaci. Già. Ho qui la sua cartella. Benissimo; appena arriva, fallo subito entrare.

Già mentre pronunciava queste parole poteva udire il cigolio dell’ascensore, lo scatto dell’arresto al piano, il soffio delle portine che si aprivano; poi rumore di passi, esitazione, apertura della porta d’ingresso.



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