Poteva anche udire, adesso che ascoltava, i rumori di porte, di macchine da scrivere, di voci e di sciacquoni provenienti dagli innumerevoli uffici del corridoio e dei piani adiacenti. L’importante consisteva nell’imparare a non ascoltarli. Le uniche pareti a prova di suono rimaste erano quelle della propria mente.

Ora Penny stava esaurendo col paziente le solite formalità della prima visita; mentre aspettava, il dottor Haber tornò a posare gli occhi sulla riproduzione murale, chiedendosi quando fosse stata scattata quella fotografia. Cielo azzurro, neve uniforme dalle pendici alla vetta. Vari anni prima, senza dubbio: probabilmente negli Anni ’60 o ’70. L’Effetto Serra si era manifestato in modo assai graduale, e il dottor Haber, essendo nato nel 1962, ricordava benissimo i cieli azzurri della sua infanzia. Ormai le nevi eterne erano scomparse da tutte le montagne: perfino l’Everest, perfino l’Erebus dalla gola minacciosa, che fa da guardia alla deserta costiera dell’Antartide. Ma forse si erano limitati a ritoccare una fotografia più recente, e quel cielo blu, quella vetta bianca erano un falso; non si può mai dire.

— Buon giorno, signor Orr! — esclamò sorridendo e alzandosi. Non tese la mano: oggigiorno molti pazienti mostravano una forte fobia per i contatti fisici.

Il paziente ritrasse imbarazzato la mano che gli stava già tendendo, cincischiò nervosamente la collana e disse: — Come sta, dottore. — La collana era la solita catena, lunga al petto, di acciaio placcato in argento. Abiti ordinari, del tipo da impiegato; capelli da conservatore, lunghi non oltre la spalla; barba corta. Capelli e occhi chiari: un giovanotto non molto alto, minuto, dal viso piacente, leggermente denutrito, buona salute, età dai 28 ai 32 anni. Non aggressivo, placido, burro e marmellata, rimozioni sessuali, amante delle tradizioni. Nei rapporti con un paziente, amava ripetere il dottor Haber, il periodo più fruttuoso sono i primi dieci secondi.



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