— Dormo bene.

— Ma fa dei brutti sogni.

Il paziente sollevò lo sguardo, spaventato; un guizzo di completo terrore. Sarebbe risultato un caso molto semplice. Quell’uomo non aveva difese.

— Qualcosa di simile — disse, d’un fiato.

— Signor Orr, le confesso che non ho fatto fatica a indovinarlo. Di solito inviano a me coloro che hanno problemi legati ai sogni. — Rivolse un sorriso al giovanotto minuto. — Sono uno specialista dei sogni. Alla lettera. Un onirologo. Il sonno e il sogno sono il mio campo. Dunque, ora posso passare a una seconda ipotesi, vale a dire che lei abbia usato i barbiturici per escludere i sogni, ma che si sia accorto che il farmaco, con l’assuefazione, produceva un effetto sempre minore, e alla fine nessun effetto. Stesso discorso per la dexedrina. E così lei ha cominciato ad alternarli. Giusto?

Il paziente annuì, rigidamente.

— Perché il periodo con la dexedrina era più breve dell’altro?

— Mi rendeva troppo nervoso.

— Ci scommetterei. E l’ultima dose combinata era un’autentica sberla. Seppure, di per sé, non necessariamente pericolosa. Ma lei, signor Orr, nonostante questo, una cosa molto pericolosa l’ha fatta davvero. — Fece una pausa per aumentare l’effetto delle parole. — Lei si è privato dei sogni.

Ancora, il paziente annuì.

— Lei sarebbe forse disposto a privarsi di cibo o di acqua, signor Orr? E mi dica, negli ultimi tempi ha provato a fare a meno dell’aria che respira?

Detto ancora in tono gioviale; il paziente accennò un sorriso brevissimo, imbarazzato.

— Lei sa benissimo di avere bisogno del sonno. Esattamente come per il cibo, l’acqua e l’aria. Ma non capisce che il sonno non è sufficiente, che il suo organismo le richiede, altrettanto vigorosamente, la sua razione di sogni? Se lo priva sistematicamente dei sogni, il suo cervello comincia a giocarle degli strani tiri.



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