Non sembrava un pullover, anche se non aveva il collo e… ma eccoli, dei bottoncini nascosti sulla sommità delle larghe spalle. Cercò di sganciarli, senza riuscirci. Guardò i pantaloni verde oliva, forse più scuri del loro colore naturale perché impregnati d'acqua, ma di cinture nessuna traccia. C'era solo una fila di bottoncini e piccole pieghe attorno alla vita.

Louise si rese improvvisamente conto che l'uomo poteva aver subito dei danni a causa della pressione dell'acqua. La camera di rilevamento era profonda dieci metri: quanto era andato sotto e quanto velocemente era risalito in superficie? La pressione dell'aria a quella profondità era del 130 per cento in più rispetto alla norma, e la ragazza si chiese se questo modificasse anche la pressione dell'acqua: di certo l'uomo aveva bisogno di una maggiore quantità di ossigeno di quella necessaria in superficie.

Non si poteva far altro che aspettare. Adesso l'uomo respirava, e il polso si era stabilizzato. Per la prima volta osservò con attenzione il viso dello sconosciuto: ampio ma non piatto, con gli zigomi angolosi e il naso gigantesco grande quanto un pugno. Gli occhi larghi erano chiusi; la mandibola era ricoperta da una barba biondo scuro, e lisci capelli biondi nascondevano la fronte. Le caratteristiche fisionomiche ricordavano quelle delle razze dell'Europa orientale, ma con un colorito scandinavo piuttosto che olivastro.

«Come avrà fatto a entrare?» chiese Paul, seduto a gambe incrociate accanto al corpo che giaceva senza conoscenza. «Nessuno avrebbe potuto, e…»

Louise annuì. «E anche se fosse riuscito ad arrivare quaggiù, come ha fatto a entrare nella camera sigillata?» chiese a sua volta, accorgendosi, mentre scostava i capelli dalla fronte, di aver perso la retina. «Lo sai, l'acqua pesante non è più utilizzabile. Se sopravvive saranno cavoli suoi, con la causa che gli intenteranno.»



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