
Bruce Sterling
La matrice spezzata
PROLOGO
I velivoli dipinti volavano attraverso il cuore del mondo.
Lindsay era in piedi, in mezzo all’erba che gli arrivava fino al ginocchio, lo sguardo fisso all’insù per seguire il loro volo.
Sottili come aquiloni gli ultraleggeri, spinti da un sistema di propulsione a pedale, si tuffavano in picchiata e risalivano nella zona a caduta libera, molto di lato sopra di lui. Al di là di essi, dall’altra parte del diametro di quel mondo cilindrico, il paesaggio ricurvo risplendeva del giallo del granoturco e del verde dei campi di cotone.
Lindsay si schermò gli occhi per proteggerli dal bagliore del sole su una delle lunghe finestre di quel mondo. Un velivolo, dalle ali elegantemente stampate con un disegno di piume azzurre sul tessuto bianco, attraversò la sbarra di luce e descrisse una silenziosa picchiata sopra di lui. Vide i lunghi capelli del pilota agitarsi nel vento quando la donna pedalò all’indietro per l’impennata. Lindsay sapeva che lei l’aveva visto. Avrebbe voluto mettersi a urlare, agitando freneticamente la mano, ma era sorvegliato.
I suoi carcerieri lo raggiunsero: sua moglie e suo zio. I due vecchi aristocratici camminavano con penosa lentezza. Il volto di suo zio era arrossato; aveva dato più energia al pacemaker.
— Hai corso — disse. — Hai corso!
— Mi sono sgranchito le gambe — rispose Lindsay, con blando tono di sfida. — Gli arresti domiciliari m’indolenziscono.
Suo zio sbirciò verso l’alto per seguire lo sguardo di Lindsay, schermandosi a sua volta gli occhi con una mano macchiata dall’età. Adesso il velivolo dipinto come un uccello si librava sopra gli Agri, un tratto paludoso del pannello agricolo dove il marciume si era stabilito nel terreno.
— Stai osservando gli Agri, eh? Dove lavora il tuo amico Constantine? Dicono che da là ti faccia dei segnali.
