
— Philip lavora sugli insetti, zio. Non si occupa di crittografia.
Lindsay mentiva. Durante gli arresti domiciliari, dipendeva dai segnali nascosti di Constantine per aver notizie.
Lui e Constantine erano alleati politici. Quando c’era stata la repressione, Lindsay era stato messo in quarantena entro i terreni della dimora della sua famiglia. Ma Philip Constantine aveva capacità ecologiche insostituibili. Era ancora libero. Lavorava negli Agri.
Il lungo internamento aveva spinto Lindsay alla disperazione. Si trovava a suo agio fra la gente, dove la sua perspicacia e la sua abilità diplomatica potevano rifulgere. In isolamento aveva perso peso: i suoi alti zigomi si stagliavano in violento rilievo ed i suoi occhi grigi avevano un astioso bagliore vendicativo. La corsa improvvisa gli aveva arruffato i neri capelli arricciati alla moda. Era alto e dinoccolato, con il mento lungo e le sopracciglia arcuate ed espressive del clan dei Lindsay.
La moglie di Lindsay, Alexandrina, lo prese per il braccio. Vestiva alla moda, con una lunga gonna pieghettata e una bianca tunica medica. La sua carnagione pallida mostrava salute senza vitalità, come se la sua pelle fosse una riproduzione perfetta stampata su carta. Ricciolute ciocche mummificate le adornavano la fronte.
— Avevi detto che non avresti parlato di politica, James — disse, rivolta all’uomo più anziano. Sollevò lo sguardo su Lindsay. — Sei pallido, Abelard. Ti ha turbato?
— Pallido, io? — Attinse al suo addestramento plastico. Il colore tornò ad affluirgli alle guance. Aumentò la dilatazione delle pupille, ed esibì uno smagliante sorriso. Suo zio fece un passo indietro, corrucciato.
Alexandrina si appoggiò al braccio di Lindsay. — Vorrei che tu non facessi questo — gli disse. — Mi spaventa. — Aveva cinquant’anni più di Lindsay, e le sue ginocchia erano state appena sostituite: le nuove rotule mechanist in teflon le davano ancora fastidio.
