Ma i Plasmatori stavano usando il loro arsenale di tentazioni. Anni addietro avevano addestrato e indottrinato Lindsay e Constantine. Tramite quei due amici, i capi della loro generazione, i Plasmatori sfruttavano il furore dei giovani, che si vedevano derubati dei loro diritti di nascita a tutto profitto dei Mechanist.

La tensione era cresciuta all’interno della Repubblica fino al punto che un singolo gesto sarebbe bastato a farla esplodere.

Era in gioco la vita. E la morte sarebbe stata la prova.

Lo zio di Lindsay era senza fiato. Toccò il monitor che aveva al polso, rallentando così il battito del proprio cuore. — Basta con le bravate — esclamò. — Ci stanno aspettando al Museo. — Corrugò la fronte. — Ricorda bene, niente discorsi. Usa soltanto la dichiarazione già pronta.

Lindsay sollevò in alto lo sguardo. L’ultraleggero dipinto come un uccello si lanciò in picchiata. — No! — gridò. Gettò via il libro e incominciò a correre.

L’ultraleggero si schiantò in mezzo all’erba, fuori del cerchio di sedili di pietra disposti ad anfiteatro.

Il velivolo giaceva fracassato, le ali contorte nell’estrema convulsione dell’impatto. — Vera! — urlò Lindsay.

Tirò fuori il suo corpo da quell’esile rottame. Respirava ancora; il sangue le usciva a fiotti dalla bocca e dalle narici. Aveva le costole rotte. Stava soffocando. Strappò il collo della sua tuta da preservazionista. Il filo metallico del collo gli tagliò le mani. Il disegno della tuta era un’imitazione delle tute spaziali. I suoi gomiti a fisarmonica erano schiacciati e chiazzati.

Piccole falene bianche si stavano levando in volo dall’erba alta. Sfarfalleggiarono lì intorno come se fossero attirate dal sangue.

Lindsay spazzò via una falena dal volto di Vera e premette le labbra su quelle di lei. La pulsazione cessò nella sua gola. Era morta.



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