
In primo luogo, inoltre, fino a pochissimo tempo prima non avrei potuto disporre della somma necessaria per l’ibernazione, o sonno freddo, come veniva chiamata. E poi, perché mai un uomo che lavorava con piacere, che faceva quattrini a palate, che era innamorato e stava per sposarsi, avrebbe dovuto compiere quella specie di semi-suicidio?
Il sonno freddo andava bene per quei poveretti che, ammalati di un morbo incurabile, pensavano che entro qualche anno la medicina avrebbe fatto progressi e scoperto una cura per la loro malattia. Così pagavano una grossa somma, e mentre dormivano la scienza si occupava del loro caso. Oppure, se c’era qualcuno che aveva voglia di fare una puntatina su Marte, con il sonno freddo saltava una generazione e si svegliava in quella successiva, nella speranza che a quell’epoca i viaggi su Marte fossero cosa di tutti i giorni. Il trucco funzionava anche per le persone anziane che aspettavano di riscuotere un’assicurazione: uno si addormentava a cinquant’anni, e si svegliava vent’anni dopo, sempre vigoroso cinquantenne, pronto a riscuotere la somma, a patto, naturalmente, che avesse provveduto a far pagare i premi alla Società. Ma io non ero vecchio, non ero malato, e i viaggi interplanetari non m’interessavano. Così avevo ragionato fino al dicembre del 1970.
Adesso, invece, eccomi qui, forzatamente a spasso, in un bar di terz’ordine invece che deliziosamente occupato nel viaggio di nozze, intento a bere whisky col solo scopo di dimenticare. Invece di una moglie avevo accanto uno spaventatissimo gatto a cui piaceva la birra… Però non ero del tutto a terra.
Mi frugai in tasca e ne trassi una busta. L’aprii. Dentro c’erano un assegno per una somma superiore a quanto avessi mai visto in vita mia in una sola volta, e un certificato azionario della Domestica Perfetta S.A… Tutti e due i fogli cominciavano a essere un po’ spiegazzati, perché me li tenevo in tasca da quando me li avevano dati.
