
Sette lunedì
uno
I dù òmini che sinni stavano arriparati sutta la tettoia che era stata messa alla firmata, aspittando con santa pacienza l’arrivata della circolare notturna, macari senza acconoscersi si scangiarono un surriseddro pirchì da dintra di un grosso scatolone di cartone arrovisciato in un angolo proveniva un runfuliare accussì forte e persistente che manco una sega elettrica. Un povirazzo, un pizzente certamente, che aveva trovato provisorio riparo al friddo e all’acqua di cielo e che, conortato da quel tanticchia di calore del suo stesso corpo che il cartone tratteneva, aveva addiciso che la meglio era inserrare gli occhi, futtirisinni di lu munnu sanu sanu e bonanotti. Finalmenti la circolare arrivò, i dù òmini acchianarono, ripartì. Di cursa arrivò uno:
«Ferma! Ferma!»
Il conducente sicuramenti lo vitti, ma tirò di longo. L’omo santiò, taliò il ralogio. La prossima corsa sarebbe passata un’orata appresso, alle quattro del matino. L’omo stette a pinsarisilla tanticchia e doppo una scarrica di santiuna addecise di tarsi la strata a pedi. S’addrumò una sicaretta e partì. Tutto ’nzèmmula la runfuliata finì, lo scatolone traballiò e lentamente principiò a spuntare la testa di un pizzente mezzo ammucciata da un cappiddrazzo spurtusato che gli calava finti a supra l’occhi. Stinnicchiato in terra com’era, ruotando la testa, il pizzente desi un’attenta taliata torno torno. Quanno fu certo che nei paraggi non c’era anima criata e che le finestri delle case di fronte erano tutte allo scuro, l’omo, strisciando, niscì dallo scatolone. Parse un serpenti che faciva la muta della pelli. A vidirlo addritta, non dava la ‘mpressioni d’essiri accussì povirazzo: di personale minuto, era ben rasato e portava un vistito cunsumato, ma di buona fattura. L’omo infilò dù dita nel taschino della giacchetta, cavò fora un paro d’occhiali, se l’inforcò, niscì da sotto la tettoia, girò a mano dritta e, fatti manco una decina di passi, si fermò davanti a un cancello inserrato da una catina con un grosso catinazzo.
