
Supra il cancello una granni insegna al neon, ora astutata, diceva: “Ristorante La Sirenetta – Ogni specialità di pesce”. Accomenzò a chiòviri. L’acqua non era fitta, ma bastevole per assuppare. L’omo armiggiò col grosso catinazzo che era più apparenzia che sustanzia, infatti non fece convinta resistenza al grimaldello, raprì mezza latata del cancello, appena quanto bastava per trasire, la richiuse alle sue spalle, rimise a posto la catina, fece scattari il catinazzo. Il vialetto che arrivava fino al portone di trasuta del ristorante era corto e tinuto bono. Però l’omo non se lo fece tutto, a metà girò a mano dritta e si dirigì verso il giardino che c’era darrè il locale e indovi, appena faciva stagione, apparecchiavano minimo minimo una trintina di tavolini. A malgrado dello scuro fitto, l’omo si cataminava con sicurezza, senza addrumare la pila che teneva in mano. L’acqua di cielo lo stava assammarando, ma non ci faceva caso. Anzi, sintiva un calore tale che manco la ‘stati, gli veniva di levarsi la giacchetta, la cammisa, i cazùna e restarsene nudo sutta all’acqua rinfriscante. Vuoi vidiri che gli era acchianata qualichi linea di fevri?
La vasca coi pisci, vanto del locali, era in fondo al giardino, a mano mancina. Il cliente che lo desiderava poteva andare alla vasca e scegliere personalmente il pisci che addesiderava mangiare: fornito di un coppo, doviva piccarselo da sé. Non sempre la cosa arrinisciva agevolmente e allura era tutto un gran ridere, un grosso divertimento, principiava un ioco di allusioni e doppi sensi specie se nella comitiva era presente qualiche fìmmina. Divertimento che in parte s’abbacava alla presentazione del conto, perché era cògnito che in quel ristorante, in quato a prezzi, non ci andavano di lèggio.
Fermo al bordo della vasca, l’omo principiò a murmuriàrisi in una specie di sussurro a un tempo arrangiato e lamentioso.