
Ci arriniscì, sentì che nella rete almeno tri ci erano trasuti da soli. Gettò il coppo vacante, scinnì dal bordo, posò ‘n terra quello coi pisci, addrumò la pila. Distinse subito un grosso cefalo. Sorrise, s’assittò sul bordo della vasca, aspittò che i pisci finissero di dibattersi ammàtula contro la morte. Quanno fu certo che non si cataminavano più, gettati nuovamente in acqua gli altri dù pisci che non gli servivano pirchì erano troppo nichi, stese il cefalo sul bordo, tirò fora dalla sacchetta posteriore dei cazùna una pistola, ci mise il silenziatore, s’infilò la pila addrumata tra i denti e, tenendo fermo il corpo del pisci con una mano, con l’altra gli sparò un colpo, putando l’arma in verticale in modo che la pallottola non lo decapitava ma gli spappolava la testa. Astutò la pila e rimase immobile pirchì il botto, a malgrado del silenziatore, gli era parso che aviva arrisbigliato l’intera Vigàta. Ma non capitò nenti, nisciuna finestra si raprì, nisciuna voce addimannò cosa fosse capitato.
Allora l’omo cercò in una sacchetta dei cazùna, tirò fora il biglietto che si era portato appresso già scritto e l’assistimò sutta al pisci sparato.
