
La circolare delle quattro della mattina si fece aspittare a longo, arrivò con deci minuti di ritardo.
Quanno ripartì, tra i passeggeri assonati c’era macari l’omo che aviva appena assassinato un cefalo.
«Dottore, lei lo conosce il ristorante La Sirenetta, quello che si trova dalle parti del monumento a Luigi Pirandello?» spiò Fazio quella mattina di lunedì, 22 settembiro, trasendo nell’ufficio del commissario Montalbano.
Il commissario era d’umore bono. La jornata avanti aveva fatto friddo e pioggia, ma doppo, a nova matinata, era venuto fora un sole ancora agostano, compensato da un venticello arguto. A taliarlo bene in faccia, macari Fazio pareva privo di mali pinseri.
«Certo che lo conosco. Ma non c’è da gloriarsene, a conoscerlo. Ci sono andato una volta con Livia, tanto per provare, e m’è bastato e superchiato. Scrùscio di carta e cubàita nenti. Cammareri eleganti, servizio discreto, inappuntabile, posateria lussuosa, conto da infarto, ma quanto al dunque, alla sustanza, servono piatti che parino preparati da un cuoco in stato di coma irreversibile.»
«Io mai ci mangiai.»
«E bene facesti. Perché me ne parli?»
«Pirchì stamatina presto il signor Ennicello, il proprietario, che poi è un lontano parente di me’ mogliere, mi chiamò qua al telefono e mi contò una storia tanto stramma che mi fece pigliare di curiosità. Accussì ci andai. Lo sa che in quel ristorante c’è una vasca piena di pesci vivi che…»
«So tutto, so tutto. Vai avanti. Che capitò?»
«Capitò che stanotti qualichiduno è trasuto nel ristorante raprendo il catinazzo, ha tirato fora un pisci e gli ha sparato un colpo in testa.»
Montalbano lo taliò strammato.
«Ha sparato al pesce?!»
«Sissignore. E doppo, sotto al catàfero… no, alla salma… boh, sotto a quello che è, ci mise un pizzino, quanto un quarto di foglio di carta a quadretti, che sopra c’era scritto qualichi cosa.»
