Ma Douglas Morgan non stava più guardando lo schermo. Dopo avere premuto il pulsante dell'allarme generale si alzò di scatto e corse all'ascensore che portava al compartimento stagno in superficie.

Le tre figure sullo schermo s'illuminarono. Le tute bianche riflettevano il bagliore del sole che ardeva con inconsueta intensità. Il roco suono delle sirene d'allarme si propagò in tutta l'installazione sotterranea, mentre Douglas Morgan correva a lunghi balzi, grazie alla minore gravità lunare, lungo i corridoi che portavano al compartimento stagno. Quando vi giunse e indossò la tuta pressurizzata d'emergenza, due delle figure in rigida tuta bianca stavano già uscendo con passo malfermo dal portello interno del compartimento. Douglas non poteva distinguerli.

— Lisa? — disse, chiamando la moglie. — Sei tu, Lisa?

— Sì, Doug. — La voce suonava spaventata negli auricolari del casco, ma lei era al sicuro, viva, al riparo dai raggi del sole cocente.

— Fred è ancora fuori — disse Martin Kobol, il secondo dei due che erano rientrati. — L'ho visto cadere mentre noi correvamo verso il portello.

Lisa sollevò il visore mettendo in luce un viso aristocratico dall'ossatura delicata. Ma gli occhi scuri erano pieni di terrore.

— Dobbiamo andarlo a prendere — disse in tono pressante. — Doug, fa' qualcosa.

Ma Douglas stava guardando l'indicatore cromatico di radiazioni applicato al petto della tuta di Lisa. L'indicatore era diventato nero. Voltandosi, vide che era nero anche quello di Martin Kobol.

— È troppo tardi — disse, e si sentì stringere il cuore alla constatazione di quanto era avvenuto. — Voi ce l'avete fatta per un pelo. Fred è morto.

— No! — gridò Lisa. — Vallo a prendere! Salvalo!

Riabbassò il visore del casco. Douglas la prese per un braccio, ma lei si liberò con uno strattone. Dovettero intervenire tutti e due per impedirle di entrare nel compartimento.



7 из 241