
La vita umana resisteva, seppure precariamente, sulla Luna, sepolta sotto le rocce dell'enorme cratere Alphonsus. Priva di aria e di acqua, la Luna era un ambiente molto duro per le poche centinaia di ingegneri e tecnici che vi abitavano e lavoravano.
Douglas Morgan stava seduto di fronte a una consolle. Osservava uno schermo monitor installato molto al di sotto della superficie del grande cratere del diametro di centotrenta chilometri. Sullo schermo vide tre uomini in rigide tute bianche intenti a lavorare in superficie. Gli apparecchi posti ai lati dello schermo gli trasmettevano tutte le informazioni essenziali su quei tre: il battito cardiaco, la respirazione, le temperature corporee, la pressione del sangue, e altro ancora. Altri indicatori gli fornivano i dati della temperatura delle rocce riarse dal sole, il livello delle radiazioni in superficie, il numero dei giorni che mancavano al tramonto.
Morgan era un uomo robusto, con le spalle larghe e il torace ampio, braccia nerborute e un chino di capelli color sabbia che continuava a ricadergli sugli occhi azzurri di nordico. Gli seccava starsene lì a svolgere quel compito di controllo. Preferiva lavorare in superficie, all'aperto, anche se questo voleva dire muoversi chiuso dentro un'ingombrante tuta rigida.
Lo schermo s'illuminò improvvisamente e lui dovette chiudere gli occhi per quel bagliore improvviso. Allungò istintivamente la mano verso il pulsante che regolava la luminosità, ma contemporaneamente tre allarmi cominciarono a suonare. Rimase con la mano a mezz'aria.
— Lisa, Fred, Martin, svelti, nel compartimento stagno! — gridò al microfono della consolle. — Muovetevi. Subito!
Le tre figure sullo schermo rimasero indecise, e alzarono gli occhi come se qualcuno avesse dato loro una pacca sulle spalle. Dietro la curva riflettente dei visori non si potevano distinguere le facce. Nessuno avrebbe potuto dire se erano impauriti, sorpresi, seccati.
