
Le Americhe erano sfuggite all'improvvisa esplosione solare, ma non all'ira dei sovietici terrorizzati. Missili con testata nucleare erano caduti sull'America Settentrionale e quasi tutte le città erano esplose nell'oblìo sotto una nube a fungo. Il fallout radioattivo aveva ricoperto il continente da un oceano all'altro: dalle foreste del Canada alle giungle dello Yucatan.
L'America Latina era rimasta quasi indenne dalla vampata solare, ma era tagliata fuori dal resto del mondo dagli oceani e dalle distese di terreno radioattivo che inibivano il passaggio a nord. Le grandi città di Rio de Janeiro, San Paolo, Buenos Aires, Lima cominciarono ben presto a disintegrarsi quando l'eccesso di popolazione costrinse gli abitanti a ritirarsi nelle campagne dove la terra consentiva ancora margini di sovravvivenza. Anche nel «fortunato» Sud, senza gli scambi commerciali col resto del mondo, le città morirono. Tornarono in auge gli antichi sistemi di vita: per ottenere il cibo necessario a sopravvivere bisognava lavorare dall'alba al tramonto con utensili fabbricati a mano. La sottile vernice della civiltà si screpolò e scomparve rapidamente.
Le poche centinaia di uomini e donne che vivevano sulla Luna osservavano con crescente orrore la fine del pianeta natale. Loro erano al sicuro sottoterra, protetti anche contro il bagliore normale del sole. Attraverso i telescopi videro il Vecchio Mondo scomparire sotto gigantesche nuvole di fumo e di vapore. Attraverso le radio sentirono i gemiti e le grida dei moribondi. Poi sopravvennero le esplosioni di luce che contrassegnavano la morte nucleare delle città del Nordamerica.
Guardavano e ascoltavano in silenzio, attoniti. E l'orrore andò a poco a poco trasformandosi in un senso di colpa. Sulla Terra morivano tutti. La razza umana veniva spazzata via dalla superficie del proprio pianeta. Loro invece si trovavano sulla Luna, protetti e sicuri nelle sue viscere. Vivevano, mentre le loro madri, i fratelli, gli amici, le persone amate morivano.
