Dopo tre giorni di attonito orrore e di un senso di colpa sempre crescente, si guardarono l'un l'altro, e cominciarono a chiedersi: come potremo continuare a sopravvivere senza i rifornimenti di viveri, strumenti, medicine della Terra?

Tutti, uomini e donne, si sentivano colpevoli. L'orrore che provavano era inesprimibile. Nessuno riusciva a esprimere i sentimenti che provava in cuor suo. Le notti si popolarono di incubi. Ma più forte di ogni altra cosa era l'istinto della sopravvivenza. Sepolto nell'intimo di ognuno c'era il bruciante segreto: Io sono vivo, e felice di esserlo. Non importa cosa ne è stato degli altri. Sono contento che non sia capitato a me.

Non tutti i membri della colonia lunare riuscirono a sopportare il peso di quel segreto. Alcuni si rifugiarono nel coma catatonico, qualcun altro si uccise. Altri ancora tentarono di suicidarsi, ma in modo da poter essere scoperti in tempo dagli amici. Persuasi dagli psicologi che non dovevano espiare in quel modo il peccato di essere ancora vivi, tornarono fra i ranghi di quelli che avevano mantenuto l'equilibrio mentale. Due disperati cercarono di sabotare i sistemi di sussistenza, per uccidere se stessi e gli altri, ma furono fermati in tempo, e tutti e due morirono in un letto d'ospedale: uno perché gli era stata somministrata una dose sbagliata di un medicinale, l'altro per un improvviso e imprevisto attacco cardiaco. Il medico che li aveva in cura si strinse nelle spalle e la mattina dopo fu trovato morto per una overdose di barbiturici.


Douglas Morgan, seduto sul bordo del lettino d'ospedale, osservava la faccia di sua moglie che stava dormendo. L'ospedale della colonia lunare disponeva solo di sei letti e due sale operatorie scavate nel solido basalto della crosta lunare. Prima dell'esplosione solare i problemi che i quattro dottori avevano dovuto risolvere erano stati la riduzione di qualche frattura riportata dai minatori, o la cura delle depressioni fra quelli che avevano difficoltà ad adattarsi alla vita sotterranea.



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