
E non erano meno antichi i graffiti quasi identici nella camera scavata nella roccia sulle alte pendici di Huayna Picchu, dall’altra parte del mondo.
Anche quel viaggio l’aveva compiuto insieme al padre, un anno dopo, oltre il fiume Urubamba e attraverso le giungle del Perù. Aveva visto con i suoi occhi le due donne, raffigurate in uno stile straordinariamente simile anche se non identico.
Anche là, sulla parete levigata, c’erano le stesse scene: la pioggia, le gemelle dai capelli rossi che danzavano gioiosamente. Poi la cupa scena con l’altare, resa con dettagli accurati. Sull’altare giaceva un corpo di donna, e le gemelle tenevano nelle mani due minuscoli piatti. E c’erano i soldati che facevano irruzione durante la cerimonia, con le spade levate. Le gemelle venivano trascinate via e piangevano. Seguivano il tribunale ostile e la solita fuga. In un’altra scena, sbiadita ma ancora discernibile, le gemelle reggevano un infante, un fagottino con due punti al posto degli occhi e un accenno di capelli rossi; quindi affidavano ad altri il loro tesoro, e i soldati minacciosi ricomparivano.
E infine si vedeva una sola delle gemelle, fra gli alberi frondosi della giungla, con le braccia protese come se invocasse la sorella, e il pigmento rosso dei capelli incrostato alla parete di pietra con il sangue disseccato.
Ricordava l’emozione. Aveva condiviso l’estasi del padre perché aveva trovato le gemelle a un mondo di distanza, in quelle immagini antiche, sepolte nelle grotte montane della Palestina e del Perù.
Sembrava l’avvenimento più grande della storia: niente avrebbe potuto essere più importante. Poi, un anno dopo, in un museo di Berlino era stato scoperto un vaso che mostrava le due stesse figure inginocchiate con i piatti nelle mani, davanti al feretro di pietra. Era un oggetto rozzo, privo di documentazione. Ma cosa contava? I metodi più attendibili l’avevano datato intorno al 4000 a.C., e inconfondibili, nella lingua dell’antica Sumer tradotta da poco tempo, c’erano le parole che significavano
