
LA LEGGENDA DELLE GEMELLE.
Sì, era parso terribilmente significativo. La giustificazione del lavoro di tutta una vita. Fino a che suo padre non aveva presentato i risultati della ricerca.
Avevano riso di lui. O l’avevano ignorato. Non era credibile, quell’anello di congiunzione fra il vecchio e il nuovo mondo. Seimila anni, figurarsi! Lo avevano considerato un pazzo, come quelli che parlavano di astronauti nell’antichità, di Atlantide e del regno perduto di Mu.
E lui aveva discusso e tenuto conferenze, li aveva implorati di credere, di recarsi con lui nelle grotte, per vedere con i loro occhi! Aveva mostrato i campioni dei pigmenti, i rapporti di laboratorio, gli studi dettagliati delle piante raffigurate nei rilievi, persino le vesti bianche delle gemelle.
Un altro si sarebbe arreso. Ogni fondazione, ogni università l’aveva respinto. Non aveva denaro neppure per provvedere ai suoi figli. Aveva accettato una cattedra da insegnante per guadagnarsi il pane, e la sera scriveva lettere ai musei di tutto il mondo. Una tavoletta coperta di disegni era stata trovata a Manchester, e un’altra a Londra, ed entrambe raffiguravano chiaramente le gemelle. Grazie a una somma che si era fatto prestare, aveva fatto il viaggio per fotografare i reperti. Aveva scritto saggi sull’argomento, pubblicati su oscure riviste. E aveva continuato la ricerca.
Poi era comparsa quella donna eccentrica dalla voce sommessa che gli aveva dato ascolto, aveva esaminato il materiale e gli aveva consegnato un antico papiro, ritrovato all’inizio del secolo nell’Alto Egitto, che conteneva alcune delle stesse immagini e le parole «La leggenda delle gemelle».
