quelle adorabili idealiste che mi scrivevano lettere appassionate su carta profumata durante quel periodo di gloria effimera, e parlavano della poesia e della forza dell’illusione e confidavano di desiderare tanto che io fossi reale; sogno di entrare furtivamente nella sua stanza buia, dove magari il mio libro giace poggiato sul comodino con un bel segnalibro di velluto, e sogno di toccarle la spalla e di sorriderle mentre i nostri occhi s’incontrano. «Lestat! Ho sempre creduto in te. Ho sempre saputo che saresti venuto!»

Le stringo il volto tra le mani mentre mi curvo per baciarla. «Sì, tesoro», rispondo, «e non sai quanto ho bisogno di te, quanto ti amo, quanto ti ho sempre amata.»

Forse mi troverebbe più affascinante adesso, a causa di ciò che mi è accaduto… l’orrore inaspettato che ho visto, la sofferenza inevitabile che mi ha colpito. Si tratta di una verità spaventosa: il dolore può renderci più profondi, può conferire un maggiore splendore ai nostri colori e una risonanza più ricca alle nostre parole. Questo avviene se non ci distrugge, se non annienta l’ottimismo e lo spirito, la capacità di avere visioni e il rispetto per le cose semplici e indispensabili.

Vi prego di perdonarmi se sembro amareggiato.

Non ho il diritto di esserlo. Sono stato io a dare l’avvio a tutto; e, come si dice, ne sono uscito tutto d’un pezzo. Per molti della nostra specie non è stato così. Ci sono stati anche dei mortali che hanno sofferto. Questo è imperdonabile. E sicuramente, dovrò pagare per tutto ciò.

Ma vedete, ancora non capisco bene cosa sia successo. Non so se fu una tragedia, o soltanto un’avventura priva di significato, o se qualcosa di assolutamente magnifico avrebbe potuto nascere dai miei errori, qualcosa che avrebbe potuto innalzarmi dall’incoerenza e dall’incubo verso la luce ardente della redenzione.

Forse non lo saprò mai. Il fatto è che ormai è finita. E il nostro mondo, il nostro piccolo regno personale, è più piccolo, più tenebroso e sicuro che mai. Mai più sarà ciò che era.



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