Jennifer Sharifi aveva 114 anni. Ne dimostrava trentacinque e avrebbe continuato a dimostrarli. Tuttavia erano andati perduti ventisette anni. E anche il suo mondo.

Il guardiano stava ancora parlando. Jennifer lo ignorò. Si concentrò sulla propria rabbia: possente, fusa, che si gonfiava come lento magma dal nucleo planetario. La arginò con freddezza, la contenne, la convogliò. La rabbia non indirizzata rappresentava un pericolo, la rabbia indirizzata una forza inesauribile. Era un problema di strategia.

Non si mosse nemmeno un muscolo del suo bellissimo viso.

Quando fu pronta, Jennifer si allontanò dal guardiano loquace, uscendo dal Carcere Federale di Massima Sicurezza di Allendale, dove aveva scontato ventisette anni per tradimento nei confronti di un governo che, ormai, non esisteva praticamente più.


Will non la baciò né la abbracciò. Però le prese la mano e restò seduto immobile per qualche istante prima di avviare l’aero.

— Salve Will.

— Salve Jennifer.

Non c’era bisogno di altro.

L’aeromobile decollò. Sotto di lei, il guardiano rimpicciolì, poi anche la prigione. Jennifer chiese freddamente alla ricetrasmittente: — Messaggi?

— Nessun messaggio — le fu risposto. Non era una sorpresa. Il collegamento non era schermato. I messaggi l’avrebbero attesa sulla linea di Will, ovunque lui stesse vivendo al momento. Ci sarebbero stati moltissimi messaggi e ancora di più nei giorni a venire, quando Jennifer avesse preso in mano ancora una volta le fila della sua immensa e intricata rete finanziaria e aziendale. Ma non negli Stati Uniti. Mai più negli Stati Uniti. C’era comunque una chiamata da fare su una linea non schermata.



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