
Per Sutty adesso era più facile intendersi con mamma e papà — conosciuti a malapena negli ultimi quindici anni — che con Zietta, che le aveva sempre offerto rifugio in grembo e tra le braccia. Era delizioso scoprire i propri genitori, l’intelligenza e lo spirito bonario della mamma, gli sforzi timidi e goffi del padre di dimostrarle affetto. Conversare con loro da adulta, consapevole del grande amore che nutrivano per la loro bambina… era facile, e delizioso. Parlavano di tutto, imparando a vicenda. Mentre Zietta rimpiccioliva, si distaccava silenziosa, in modo ambiguo, dando l’impressione di non andare in nessun posto, di tornare al villaggio, alla tomba di zio Hurree.
Arrivò la primavera, arrivò la paura. La luce del sole tornò a nord, alta e pallida come un adolescente, un vago fulgore argenteo. Piccoli susini rosa fiorirono lungo tutte le vie trasversali del quartiere. I Padri dichiararono che il Trattato di Pechino era in contrasto con la Dottrina dell’Unico Destino e andava abrogato. Le Riserve dovevano essere aperte, dissero i Padri, ai loro abitanti doveva essere consentito di ricevere la Luce Santa, le loro scuole dovevano essere mondate dalla miscredenza, purificate dall’errore alieno e dalla devianza. Chi fosse rimasto attaccato al peccato sarebbe stato rieducato.
La mamma andava ogni giorno agli uffici del Collegamento e rincasava tardi, cupa in viso. «Questo è il loro attacco decisivo» diceva. «Se fanno una cosa del genere, non ci resta che darci alla clandestinità.»
Verso la fine di marzo, una squadriglia di aerei dell’Esercito di Dio volò dal Colorado al Distretto di Washington e bombardò la Biblioteca: un aereo dopo l’altro, quattro ore di bombardamento che ridussero in cenere secoli di storia e milioni di libri. Washington non era una Riserva, ma il bell’edificio antico, anche se sorvegliato e spesso chiuso, non era mai stato attaccato; aveva superato indenne tutti i disordini e la guerra, lo sfacelo e la rivoluzione, fino a quel giorno.
