
— Eccoti, finalmente! È un pezzo che ti sto chiamando. Dov’eri andato? Ho già chiamato altre due volte. Resterò qui fin verso le dieci. Da Durbina. In frigo c’è il tacchino per la cena. Non usare i pranzi pronti Orientai Menu, sono per mercoledì. C’è un Mixon’s Turkey Dinner. — Un dollaro e ventinove, squillò qualcosa nella sua testa, grazie. — Mi perderò l’inizio del film sul Canale Sei, guardalo tu per me fino al mio ritorno.
— D’accordo.
— Allora ciao.
— Ciao.
— Hugh?
— Sì.
— Come mai hai fatto così tardi?
— Sono tornato a casa per un’altra strada.
— Mi sembri così irritato.
— Non so.
— Prendi un’aspirina. E fai una doccia fredda. È così caldo. Piacerebbe anche a me. Ma non tornerò tardi. Sii prudente. Non esci, vero?
— No.
Lei esitò, non disse nulla, ma non riattaccò. Lui disse: — Ciao — e riattaccò, e rimase accanto al tavolino del telefono. Si sentiva pesante; un animale pesante, massiccio e grinzoso, con il labro inferiore penzolante e i piedi come pneumatici di camion. Perché sei in ritardo di un quarto d’ora, perché sei irritato, stai attento a non mangiare l’Oriental Menu, non uscire. D’accordo. Stai attento, stai attento. Andò a mettere in forno il Mixon’s Turkey Dinner, anche se non aveva preriscaldato il forno come dicevano le istruzioni, e regolò il segnatempo. Aveva fame. Aveva sempre fame. O meglio, non aveva sempre fame, esattamente, ma aveva sempre voglia di mangiare. C’era un sacchetto di noccioline nell’armadietto; lo portò in soggiorno e accese la televisione e sedette in poltrona. La poltrona tremò e scricchiolò sotto il suo peso. Si alzò di scatto, lasciando cadere il sacchetto di noccioline che aveva appena aperto. Era troppo: l’elefante che mangiava noccioline. Sentiva che aveva la bocca aperta, perché gli sembrava di non riuscire a riempirsi d’aria i polmoni. Aveva la gola chiusa da qualcosa che cercava di uscirne. Rimase ritto accanto alla poltrona, scosso da brividi convulsi, e la cosa che gli ostruiva la gola uscì sotto forma di parole. — Non posso, non posso — disse a voce alta.
