
Si ripulì il viso e i capelli dalla sabbia e dalle foglie morte e dalle ragnatele, e sentì sotto un occhio la lieve trafittura d’un taglietto causato da un ramo. Si sporse in avanti, puntellandosi su un gomito, intento, e toccò l’acqua del fiumicello con le dita della mano sinistra: dapprima molto leggermente, con la mano piatta, come se sfiorasse la pelle di un animale; poi la immerse nell’acqua, e sentì la muscolatura della corrente premergli contro il palmo. Poi si sporse ancora di più, abbassò la testa e, appoggiandosi con le mani nell’acqua poco profonda, al bordo della sabbia, bevve.
L’acqua era fredda e aveva il sapore del cielo.
Hugh rimase accovacciato sulla sabbia un po’ fangosa, ancora a testa china, con il sapore che non era un sapore sulle labbra e nella bocca. Lentamente, raddrizzò la schiena fino a quando fu in ginocchio, con la testa eretta, le mani sulle ginocchia, immoto. Ciò che la sua mente non sapeva descrivere a parole, il suo corpo lo comprendeva interamente, agevolmente, e lo apprezzava.
Quando quell’intensità che lui interpretava come una preghiera si attenuò, defluì e si dissolse nuovamente in un vigile, molteplice piacere, Hugh sedette sui talloni, guardandosi intorno più attentamente e metodicamente di quanto avesse fatto in un primo momento.
Dove fosse il nord era impossibile dirlo, sotto quel cielo egualmente incolore; ma lui era certo che i sobborghi, la superstrada e la città fossero direttamente alle sue spalle. Il sentiero che aveva percorso sfociava lì, tra un grosso pino dalla corteccia rossiccia e una massa di alti arbusti dalle grandi foglie. Più indietro, il sentiero proseguiva, scosceso, e si smarriva nella densa semioscurità, sotto gli alberi.
