
Quando, finalmente, si sollevò a sedere, non ebbe la sensazione di aver dormito; e tuttavia era come destarsi, destarsi da un sonno profondo nel silenzio, quando l’identità appartiene interamente all’identità e nulla può smuoverla fino a quando ci si sveglia un poco di più. Alla radice della quiete c’era la musica dell’acqua. Fino a che la sua mano scivolò sulla pietra. Mentre si sollevava a sedere sentì l’aria che gli penetrava agevolmente nei polmoni, un’aria fresca che odorava di terra e di foglie imputridite e di foglie appena spuntate, e di tutte le specie diverse di erbe e di piante e di arbusti e di alberi, l’odore freddo dell’acqua, il sentore scuro del suolo, un aroma dolce e pungente che gli era familiare sebbene non sapesse dargli un nome, e tutti gli erano frammisti e tuttavia distinti, come i fili di un tessuto, e dimostravano che la parte olfattiva del suo cervello era viva e immensa, e aveva la possibilità di concedere lo spazio, se non il nome, a ogni profumo, aroma, sentore e lezzo che formavano quell’immenso, scuro, profondamente strano e familiare odore d’una riva di fiume nella tarda sera d’estate, in campagna.
Perché era in campagna. Non sapeva immaginare fin dove fosse giunto nella sua corsa, non aveva idea di quanto fosse lungo un miglio; ma sapeva che la sua corsa l’aveva portato lontano dalle vie, lontano dalle case, lontano dall’orlo del mondo lastricato e asfaltato, sul terriccio. Scuro, un po’ umido, irregolare, e complesso, incredibilmente complesso… muovendo un dito, toccò granelli di sabbia e di humus, foglie putrefatte, ciottoli, una pietra più grossa, semisepolta, radici. Era rimasto a giacere con il volto contro quel terriccio, in quel terriccio. La testa gli girava un po’. Trasse un respiro profondo e premette le mani aperte sul terreno.
Non era ancora buio. I suoi occhi si erano assuefatti, e poteva vedere chiaramente, sebbene i colori più scuri e tutti i punti in ombra fossero prossimi al limitare della notte.
