
— Ed allora qual è? — le chiesi.
— Che ciò che non era vero allora lo è adesso.
— Ho praticato la mia Arte dovunque c’era lavoro da fare, sono stato assoldato dalle corti di città e di campagna, e tu mi hai guardato parecchie volte da una finestra, anche se non ti è mai piaciuto mescolarti alla folla, cosa di cui non ti posso biasimare.
— Non ti ho guardato — replicò Dorcas.
— Ricordo di averti vista.
— Non l’ho fatto, almeno non quando l’esecuzione era in corso: tu eri intento in quello che stavi facendo, e non ti sei mai accorto quando rientravo o mi coprivo gli occhi. Mi piaceva guardarti, e farti un cenno di saluto, quando balzavi sulla piattaforma: allora eri così orgoglioso, eretto quanto la tua spada, ed apparivi così splendido. Eri onesto. Rammento una volta, quando c’erano con te sul palco un ufficiale, il condannato ed un hieromonaco, e l’unico volto onesto era il tuo.
— Non è possibile che tu abbia visto questo: certo portavo una maschera.
— Severian, non avevo bisogno di vedere: io so qual è il tuo aspetto.
— Ho lo stesso aspetto anche ora?
— Sì — ammise Dorcas con riluttanza, — ma sono stata là sotto, ed ho visto la gente incatenata nelle gallerie. Quando stanotte ci coricheremo nel nostro soffice letto, dormiremo sopra di loro. Quanti hai detto che erano, quando mi hai condotta laggiù?
— Circa seicento. Tu credi onestamente che quei seicento sarebbero liberi, se non ci fossi più io a sorvegliarli? Ricorda che li abbiamo trovati qui al nostro arrivo.
— È come una tomba comune — rispose Dorcas, senza guardarmi, e notai che le tremavano le spalle.
— Dovrebbe esserlo — replicai. — L’arconte li potrebbe liberare, ma chi potrà mai far risuscitare coloro che essi hanno ucciso? Tu non hai mai perso nessuno, vero?
